Monthly Archive for Novembre, 2008

collezioni mai viste: Paolo Nori





Sopra: locandina della serata.
Di seguito il testo accessibile (dalla brochure):
“Ci sarà dentro John Cage, ci sarà dentro Malevič, ci sarà dentro
Lotman, ma poco, ci sarà dentro mio nonno, che si chiamava Gaspare, ci
sarà dentro una cosa che ho visto lì al Mambo e che io chiamo i cori
dei malcontenti, ci saranno dei sottotitoli, ci saranno forse delle
canzoni, si parlerà dell’aria, che è una cosa strana”.

Brevi note biografiche dell’autore (dalla brochure):
nato a Parma nel 1963, ha pubblicato dei libri (l’ultimo
si intitola Pubblici discorsi), ne ha tradotti dal russo (il prossimo
- marzo 2009 - sono le Anime morte di Gogol’), e gli piace molto
leggere ad alta voce. Recentemente ha aperto un sito internet:
www.paolonori.it.

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Enzo Lauria
Sinestesie mai viste. Quando l’arte non si vede ma si tocca, si ingerisce o si ascolta.

Ero giunto a quel livello di emozione dove si incontrano le
sensazioni celesti date dalle arti ed i sentimenti appassionati.
Uscendo da Santa Croce, ebbi un battito del cuore,
la vita per me si era inaridita, camminavo temendo di cadere.

Stendhal

Individui particolarmente sensibili e vulnerabili hanno potuto sperimentare una straniante percezione dei capolavori dell’arte, la cosiddetta Sindrome di Stendhal. Stando ai casi analizzati da Graziella Magherini l’osservatore, in preda a un inatteso e soverchiante rapimento dei sensi, viene sopraffatto da incommensurabile piacere, disagio e vero e proprio malessere fisico. Ecco il signor Franz provare “gioia e panico, i quadri gli si muovono davanti e intorno, in un continuo invito a possederli, respirano come esseri viventi”, Kamil si sente letteralmente uscire da sé, Lumir invece, durante una visita alle catacombe dei Cappuccini di Palermo, teme di essere perseguitato dalle mummie lì esposte. Il fascino di queste testimonianze è indiscutibile, ma la forza delle immagini che si manifestano con la Sindrome di Stendhal rimane un’esperienza privata, assai rara, nonché traumatica.

Per tutti coloro che vogliano confrontarsi con un’arte che coinvolga più del cinquanta per cento delle proprie facoltà percettive è meglio quindi accontentarsi di soluzioni user friendly, polisensoriali e che travalichino, se non proprio escludano, il semplice dato visivo. Il campionario delle offerte è ricchissimo e ce n’è veramente per tutti i gusti. Iniziamo con le Slides di Carsten Höller, degli scivoli spiraliformi che lo spettatore può utilizzare per ottenere una fugace sensazione di stordimento e vertigine. Veri e propri strumenti di goduria senso-motoria, attraverso i quali perdere momentaneamente il controllo del proprio corpo in cambio di una scarica adrenalinica non indifferente. Concepiti come futuristici strumenti di locomozione, da introdurre nella vita di tutti giorni a fini ludici e funzionali (si pensi a un utilizzo da escape way), hanno dato una soddisfacente prova delle loro potenzialità nella versione installata alla Tate Modern nel 2006, la più grande sinora mai realizzata.

Per chi temesse di doversi immedesimare nei panni di uno spettatore shakerato Rirkrit Tiravanija offre delle soluzioni più consone al suo temperamento, ossia luoghi in cui potere chiacchierare, rilassarsi, suonare oppure sedersi a tavola per mangiare cibi tailandesi cucinati dallo stesso artista. I piatti serviti, che certo non sono sempre così ordinari come si spererebbe, devono pur sempre impressionare i degustatori, suscitare in loro una qualche impressione destabilizzante. Eccolo per esempio cucinare a Stoccolma delle polpette svedesi con l’aggiunta di curry (Untitled. Tomorrow is another day, 1996). L’ingrediente più comune della cucina tailandese crea così un singolare dialogo-scontro con il piatto per eccellenza del paese ospitante, facendone scaturire una pietanza ibrida, meticcia, tutta da scoprire e assaporare.

Shakerato o saziato che sia lo spettatore è comunque più facilmente ammaliabile con la musica. Ma può la componente audio al contempo vivere di vita propria e competere con le esperienze stranianti appena descritte? Ebbene, il suono può acquisire qualità fisiche e tattili che hanno del miracoloso, basti pensare al modo in cui il cinema ne fa uso per costruire la terza dimensione, o a come le frequenze più basse siano percepibili a un livello quasi viscerale sottoforma di pressione fisica. La sua sostanza acquisisce insomma un’insospettata consistenza da poter modellare in pattern geometrici e architetture, come nei Sound Spaces di Bernhard Leitner, in cui lo spettatore percepisce nitidamente linee sonore incrociantisi ad angolo retto, rotazioni circolari attorno ad un centro, rimbalzi da una parete all’altra e molto altro. Una percezione veramente tattile del suono si ha però nelle sue Sound Chairs, delle sedie a sdraio che indirizzano suoni appena percettibili in punti ben precisi del corpo. Lo spettatore vi si stende per sentirsi letteralmente attraversare da rilassanti vibrazioni e formicolii, sicché raggiungendo uno stato da sonno vigile l’esperimento si può considerare riuscito.

Per i temperamenti sanguigni infine sono consigliabili le installazioni sonore del collettivo brasiliano Chelpa Ferro, che disegnano violente folate di vento circolari (Jungle Jam) o, grazie ad enormi subwoofer, fanno vibrare gli spettatori dall’interno, proprio come una campana.

La lista potrebbe continuare all’infinito, ma il quadro appena delineato da già un’idea delle enormi potenzialità espressive scaturenti dalle stimolazioni extra-visive. Un’arte non-visiva insomma esiste da tempo e il più delle volte ha avuto il compito di superare una fruizione esclusivamente contemplativa dei lavori, offrendo la possibilità di stabilire un vero e proprio contatto fisico con lo spettatore.

IMMAGINI:

1.JPEG: Chelpa Ferro, Acqua falsa, 51° Biennale di Venezia 2005.


2′,2”,2”’.JPEG: Chelpa Ferro, Jungle Jam.

3.JPEG: Chelpa Ferro, Octopus, Instituto Tomie Ohtake, São Paulo, 2006.

6,7,8.JPEG: Bernhard Leitner, Sound Chairs.

10.JPEG: Bernhard Leitner, Sound Installation, 1978.

11,12.JPEG: Bernhard Leitner, Sound Dome, 1979.

13,14.JPEG: Bernhard Leitner, Soundcube, 1980.

15,16,17.JPEG: Carsten Höller, Tets Site, Tate Modern, London 2006.

Le immagini sono state tratte dai siti dei relativi artisti, e la courtesy non compare.

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Collezioni mai viste. MAMbo: sette serate per sette autori

Sopra: locandina dell’evento

Collezioni mai viste. Sette autori per scoprire le facce in ombra delle collezioni del MAMbo
A cura di Maurizio Giuffredi, Fabio Fornasari, Fernando Torrente – Associazione 0gK
con Uliana Zanetti

MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna
27 novembre 2008 – 15 gennaio 2009

Il MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna presenterà, dal 27 novembre 2008 al 15 gennaio 2009, un ciclo di sette serate-incontro che sonderanno quegli aspetti degli ambienti e delle collezioni del MAMbo percepibili anche senza l’uso della vista.

Il progetto, intitolato “Collezioni mai viste” e curato da Maurizio Giuffredi, Fabio Fornasari, e Fernando Torrente dell’Associazione 0gK, si avvale della partecipazione di sette autori, uno per ciascuna serata, provenienti da diversi ambiti creativi, che proporranno interventi appositamente ideati o rielaborati per l’occasione: Stefano Bartezzaghi, Ugo Cornia, Ottonella Mocellin/Nicola Pellegrini, Paolo Nori, Salvatore Sciarrino/Lost Cloud Quartet, Giacomo Verde.

Il progetto, di natura sperimentale, intende dilatare e diversificare le possibilità di accesso al museo, esplorando ambiti inventivi e discorsivi comuni a vedenti e non vedenti.
Questi incontri permetteranno di concentrare l’attenzione sul lato non-visivo dell’arte, che dalle avanguardie a oggi ha assunto un’importanza sempre maggiore e che, talvolta, si manifesta in modo del tutto autonomo.
Lo sviluppo di una specifica abilità, allo stesso tempo corporea e mentale, che alcune opere richiedono, permette di ritrovare un sapere e un sentire che hanno fatto parte del nostro passato più lontano e che il primato pervasivo di una vista intesa come strumento unico di conoscenza ci ha portato a smarrire.
Quell’abilità che talvolta l’opera richiede è attivabile da ogni non vedente, il quale tuttavia crede, come gli hanno insegnato, di non poter entrare nei musei perché l’arte è solo visiva o, tuttalpiù, tattile.
In modo complementare un vedente pensa che l’unico modo di vedere sia percepire con gli occhi. Tra questi due estremi c’è un terreno comune, da esplorare attraverso una rinuncia a quell’abitudinarietà che porta a percepire le cose secondo modalità stereotipe. Un terreno in cui, passando attraverso le opere e l’ambiente che le ospita, sono possibili frequentazioni, incontri, scambi di sapere, costruzioni di nuove abilità.

Il progetto si avvale del contributo di UNICREDIT Banca.
La brochure dell’evento - a stampa e in braille - è stata realizzata con il contributo dell’Istituto dei ciechi “Francesco Cavazza” di Bologna





in principio: zerogikappa

Come possiamo distinguere il colore giallo dal colore blu?
La luce e il colore hanno una stretta relazione con la temperatura.
La “temperatura di colore” assegna valori numerici oggettivi alla condizione di luce quando guardiamo un colore.
Zero gradi Kelvin (corrispondente a –273,15 °C), o zero assoluto, è la temperatura più bassa che teoricamente si può ottenere in qualsiasi sistema: a questa temperatura non vi è emissione di energia e quindi di luce.
Al grado zero della scala Kelvin corrisponde il buio.