Ero giunto a quel livello di emozione dove si incontrano le
sensazioni celesti date dalle arti ed i sentimenti appassionati.
Uscendo da Santa Croce, ebbi un battito del cuore,
la vita per me si era inaridita, camminavo temendo di cadere.
Stendhal
Individui particolarmente sensibili e vulnerabili hanno potuto sperimentare una straniante percezione dei capolavori dell’arte, la cosiddetta Sindrome di Stendhal. Stando ai casi analizzati da Graziella Magherini l’osservatore, in preda a un inatteso e soverchiante rapimento dei sensi, viene sopraffatto da incommensurabile piacere, disagio e vero e proprio malessere fisico. Ecco il signor Franz provare “gioia e panico, i quadri gli si muovono davanti e intorno, in un continuo invito a possederli, respirano come esseri viventi”, Kamil si sente letteralmente uscire da sé, Lumir invece, durante una visita alle catacombe dei Cappuccini di Palermo, teme di essere perseguitato dalle mummie lì esposte. Il fascino di queste testimonianze è indiscutibile, ma la forza delle immagini che si manifestano con la Sindrome di Stendhal rimane un’esperienza privata, assai rara, nonché traumatica.
Per tutti coloro che vogliano confrontarsi con un’arte che coinvolga più del cinquanta per cento delle proprie facoltà percettive è meglio quindi accontentarsi di soluzioni user friendly, polisensoriali e che travalichino, se non proprio escludano, il semplice dato visivo. Il campionario delle offerte è ricchissimo e ce n’è veramente per tutti i gusti. Iniziamo con le Slides di Carsten Höller, degli scivoli spiraliformi che lo spettatore può utilizzare per ottenere una fugace sensazione di stordimento e vertigine. Veri e propri strumenti di goduria senso-motoria, attraverso i quali perdere momentaneamente il controllo del proprio corpo in cambio di una scarica adrenalinica non indifferente. Concepiti come futuristici strumenti di locomozione, da introdurre nella vita di tutti giorni a fini ludici e funzionali (si pensi a un utilizzo da escape way), hanno dato una soddisfacente prova delle loro potenzialità nella versione installata alla Tate Modern nel 2006, la più grande sinora mai realizzata.
Per chi temesse di doversi immedesimare nei panni di uno spettatore shakerato Rirkrit Tiravanija offre delle soluzioni più consone al suo temperamento, ossia luoghi in cui potere chiacchierare, rilassarsi, suonare oppure sedersi a tavola per mangiare cibi tailandesi cucinati dallo stesso artista. I piatti serviti, che certo non sono sempre così ordinari come si spererebbe, devono pur sempre impressionare i degustatori, suscitare in loro una qualche impressione destabilizzante. Eccolo per esempio cucinare a Stoccolma delle polpette svedesi con l’aggiunta di curry (Untitled. Tomorrow is another day, 1996). L’ingrediente più comune della cucina tailandese crea così un singolare dialogo-scontro con il piatto per eccellenza del paese ospitante, facendone scaturire una pietanza ibrida, meticcia, tutta da scoprire e assaporare.
Shakerato o saziato che sia lo spettatore è comunque più facilmente ammaliabile con la musica. Ma può la componente audio al contempo vivere di vita propria e competere con le esperienze stranianti appena descritte? Ebbene, il suono può acquisire qualità fisiche e tattili che hanno del miracoloso, basti pensare al modo in cui il cinema ne fa uso per costruire la terza dimensione, o a come le frequenze più basse siano percepibili a un livello quasi viscerale sottoforma di pressione fisica. La sua sostanza acquisisce insomma un’insospettata consistenza da poter modellare in pattern geometrici e architetture, come nei Sound Spaces di Bernhard Leitner, in cui lo spettatore percepisce nitidamente linee sonore incrociantisi ad angolo retto, rotazioni circolari attorno ad un centro, rimbalzi da una parete all’altra e molto altro. Una percezione veramente tattile del suono si ha però nelle sue Sound Chairs, delle sedie a sdraio che indirizzano suoni appena percettibili in punti ben precisi del corpo. Lo spettatore vi si stende per sentirsi letteralmente attraversare da rilassanti vibrazioni e formicolii, sicché raggiungendo uno stato da sonno vigile l’esperimento si può considerare riuscito.
Per i temperamenti sanguigni infine sono consigliabili le installazioni sonore del collettivo brasiliano Chelpa Ferro, che disegnano violente folate di vento circolari (Jungle Jam) o, grazie ad enormi subwoofer, fanno vibrare gli spettatori dall’interno, proprio come una campana.
La lista potrebbe continuare all’infinito, ma il quadro appena delineato da già un’idea delle enormi potenzialità espressive scaturenti dalle stimolazioni extra-visive. Un’arte non-visiva insomma esiste da tempo e il più delle volte ha avuto il compito di superare una fruizione esclusivamente contemplativa dei lavori, offrendo la possibilità di stabilire un vero e proprio contatto fisico con lo spettatore.
IMMAGINI:

1.JPEG: Chelpa Ferro, Acqua falsa, 51° Biennale di Venezia 2005.


2′,2”,2”’.JPEG: Chelpa Ferro, Jungle Jam.
3.JPEG: Chelpa Ferro, Octopus, Instituto Tomie Ohtake, São Paulo, 2006.
6,7,8.JPEG: Bernhard Leitner, Sound Chairs.
10.JPEG: Bernhard Leitner, Sound Installation, 1978.
11,12.JPEG: Bernhard Leitner, Sound Dome, 1979.
13,14.JPEG: Bernhard Leitner, Soundcube, 1980.
15,16,17.JPEG: Carsten Höller, Tets Site, Tate Modern, London 2006.
Le immagini sono state tratte dai siti dei relativi artisti, e la courtesy non compare.